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Osservavo in silenzio il lavoro di queste donne che veloci si dividevano le razioni di cibo che mensilmente doniamo alle loro famiglie. Mi chiedevo se mai loro riuscissero a immaginare le mie paure; per esempio, quella di non aver più la possibilità di comprare ancora del cibo per il loro prossimo mese. Forse lo temono e forse neppure vogliono pensarci, sapendo di non poterci far nulla. Il nostro superfluo è il loro essenziale. Io non riuscirei a vivere pensando che la mia sopravvivenza è legata al caso di una donazione raccolta a migliaia di km di distanza, magari durante una cena di beneficenza.

Io penso che sia vero che talvolta quel gesto di elemosina, quasi automatico e dovuto per tacitare una petulante richiesta del buon samaritano di turno o la voce della propria coscienza, può veramente cambiare una vita. Lo sa chi lo riceve, spesso non chi lo compie; magari frenato da tante altre sacrosante paure: dove finiranno i miei soldi? E la scusante è così sempre buona per limitare il dare al solo nostro superfluo.

Io osservo e davanti a questo povero mondo di donne che cercano di tirare avanti, vedo scorrere il nostro mondo fatto di bisogni, il più delle volte superflui. Mi ripeto che il confronto non è giusto. Nessuna colpa loro a essere nati qui e neppure noi a essere nati là. L’importante sarebbe che ognuno di noi e di loro non sprecasse e sapesse vincere, ogni tanto, il proprio egoismo facendo quel gesto che come minimo consente alla speranza di poter sopravvivere ancora.


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