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Uscire dalla spirale del progettificio: la proposta della filantropia privata

Pubblicato il: 30 marzo 2018

Arriva dal mondo della filantropia privata l’ennesima provocazione che fa discutere il terzo settore italiano già in pieno subbuglio da riforma. A riaprire il dibattito ci ha pensato il segretario generale di Assifero (associazione nazionale delle Fondazioni e degli Enti filantropici italiani) con un interessante articolo recentemente pubblicato sul giornale delle Fondazioni. Carola Carazzone parla ai donors privati italiani con l’intenzione di sfatare due miti che ben conosciamo e che condizionano nel bene e nel male la quotidianità delle organizzazioni italiane del terzo settore, ONG in primis. La prima questione riguarda il mito del contenimento dei costi di gestione, quelli che gli anglosassoni chiamo overhead e che le ONG fanno a gara a tenere al di sotto del 10% con stratagemmi contabili più o meno imbarazzanti (il famoso eurino): il mainstream dice “più bassi sono i tuoi overhead e più sei virtuoso”. La seconda provocazione riguarda l’uscita dal progettificio, quella spirale che costringe il terzo settore a lavorare e finanziarsi esclusivamente sulla base di cicli progettuali e che porta alla deriva della competizione per bandi e partenariati perdendo di vista la missione e l’impatto da generare.

La spirale tra progettazione e rendicontazione che impoverisce le organizzazioni

“Il mantra che il terzo settore in sé debba costare poco e che tutti i finanziamenti debbano essere destinati ai progetti con la correlata formula magica della percentuale dei costi di struttura/costi generali come unico indicatore di efficienza degli enti del terzo settore, da decenni li strangola, riducendoli in “progettifici”, con organizzazioni, strutture e staff inadeguati, da cui i cervelli migliori, pur se estremamente motivati, vanno via”. Una realtà che le ONG conoscono bene e che spesso rende davvero difficile sopravvivere soprattutto per chi lavora in un contesto internazionale come quello della cooperazione e dell’aiuto umanitario.

Eppure la percentuale dei costi generali sul finanziamento complessivo di un progetto riconosciute dai donatori oscilla tra il 7% e il 15%, comunque irrisoria rispetto a una media del 35% che caratterizza i settori profit.

La spirale del produrre e rendicontare progetti all’inseguimento delle priorità dei bandi e delle mode sbandierate nelle iniziative da parte di finanziatori pubblici e privati e la perpetuazione di un sotto-investimento cronico nelle organizzazioni, capacità e staff degli enti del terzo settore ha portato al mancato sviluppo delle sue migliori potenzialità.

Un ruolo distintivo per la filantropia privata

La proposta per invertire la tendenza del cosiddetto “Nonprofit Starvation Cycle” è che le fondazioni filantropiche italiane inizino a finanziare obiettivi strategici e organizzazioni e non solo progetti. Un ruolo che viene rivendicato come politico e strategico da parte delle fondazioni filantropiche private, una nicchia di azione specifica, un ruolo distintivo delle fondazioni filantropiche rispetto ad altri finanziatori pubblici. In questo senso gli esempi non mancano a livello internazionale. Alcune delle fondazioni più importanti del mondo hanno già scelto di investire in supporto generale operativo per i loro partners (Gates, Ford, OSF, OAK, ecc). In Italia le fondazioni filantropiche che hanno iniziato a farlo si contano sulle dita di una mano.

Una rotta che non può essere invertita se non a partire dai donatori, sono loro che negli ultimi decenni hanno influenzato più di tutti il sistema e hanno di fatto dato forma a quello che oggi molti descrivono come un mostro, il meccanismo del project cycle management. Inoltre le dinamiche di potere tra i finanziatori e i loro beneficiari rendono oggi difficile che siano gli enti del terzo settore a prendere l’iniziativa e a fronteggiare il circolo vizioso del progettificio.

Addio ai bandi allora?

Secondo il segretario di Assifero è necessaria una vera e propria trasformazione del modo di finanziare, di investire, di erogare che necessita di nuove policy e modalità di finanziamento, diverse dai bandi. Il primo passo che i finanziatori dovrebbero fare è spostare la loro attenzione dagli input – e dal controllo su quegli input – ai processi e ai risultati, o meglio all’impatto: outcomes e non solo outputs e selezionare gli enti del terzo settore su cui investire, non certo aprioristicamente (amici degli amici), ma attraverso policy di scouting, dialogo costante, accreditamento e costruzione di relazioni di fiducia basate sulla condivisione della missione e meccanismi di comparazione degli obiettivi strategici.

Costruire partnership strategiche su missioni, che scardinino la relazione erogatore- beneficiario di progetto, verso un modello in cui il partner finanziatore e il partner implementatore stanno in una relazione di partnership strategica e non di dipendenza top-down.

Servono nuovi strumenti e un cambiamento culturale

Nessun cambiamento in questo ambito potrà essere radicale. Servono strumenti di accompagnamento, formazione e sperimentazione che ci facciano identificare il percorso migliore e più adatto alle caratteristiche del terzo settore italiano, non sempre assimilabile a quello di matrice anglosassone. Alcuni già emergono dalla proposta di Carola Carazzone e sono già in fase di sperimentazione in diversi contesti italiani.

Uno strumento interessante è sicuramente la Theory of Change che come Info Cooperazione abbiamo preso come materia di studio e sperimentazione. Chi segue questo blog avrà avuto modo di leggere gli approfondimenti e le guide elaborate dal gruppo di lavoro composto da professionisti del nostro settore che si sono messi a disposizione per approfondire questo ambito organizzando anche un corso itinerante sulla teoria del cambiamento nella progettazione. I primi 75 colleghi che hanno partecipato a questa proposta formativa sanno già che affrontiamo molti dei temi, anche provocatori, ripresi in questo post (la prossima tappa del corso sarà a Trento il 19 e 20 aprile).

La discussione è aperta e può portare anche molto lontano. I pro e i contro di un cambio culturale come questo possono essere importanti e del tutto trasformativi. La certezza è che molti di questi saranno i punti all’ordine del giorno negli anni a venire se vogliamo aumentare l’impatto del nostro lavoro e generare il cambiamento oltre i progetti.

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