Pensiero dal campo: “La realtà non chiede poesia”

Il Progetto Sololo è una testimonianza vivente
di come la solidarietà possa trasformare vite.

Queste mie impressioni e riflessioni non sono solo pensieri, ma semi di speranza.

A Sololo non c’è spazio per le frasi fatte.

Qui la fame non è una metafora, è un bambino che ti guarda mentre gli porgi un piatto di riso.
La povertà non è un concetto, è una madre che si alza alle 5 per cucinare con quello che ha, sperando di vendere abbastanza per comprare il pasto del giorno dopo.

Le madri cucinano con quello che resta. Riso, fagioli, un uovo se va bene.

I bambini osservano, imparano a non chiedere.

Ho visto due fratelli chiedere di tornare al Villaggio Obbitu. Non per comodità, ma per sopravvivenza.

  • Non servono parole dolci. Serve esserci.
  • Serve ascoltare senza giudicare, agire senza aspettarsi applausi.
  • Il progetto non è perfetto. Ma è vero.
  • Sololo è una piccola, ostinata verità
  • in un mondo che spesso preferisce raccontarsi piuttosto che sporcarsi le mani.

Non si tratta di racconti, ma di realtà vissuta.

“Ottobre dello scorso anno: pochissima pioggia, poco cibo per il bestiame che a dicembre ha smesso di produrre latte e a metà febbraio era in gran parte morto.”

“Scarse le piogge di aprile; l’arrivo di una pioggia tanto attesa quanto inutile cosicché il bestiame locale, fondamentale per la sopravvivenza delle famiglie Borana, oggi è ulteriormente decimato dalla siccità”.

“La poca pioggia che è arrivata non ha avuto alcun impatto sul terreno; nessuna vegetazione, non ha aumentato il volume d’acqua dei bacini di raccolta dei villaggi vicini.”

A Sololo il latte non c’é, anche quando piove. Solo fango.

La situazione rimane “catastroficamente stabile”,

e questo rende ancora più urgente l’intervento del nostro progetto.

“Ho incontrato Don Angelo per la prima volta nel 1986 proprio non lontano da Sololo, dove lui ha lasciato segni indelebili della sua presenza. Segni che sono ancor oggi vivi nella popolazione del posto.”
Questa testimonianza mostra come l’impegno umano lasci tracce durature, anche in contesti difficili.

Da un amico ho ricevuto una copia del mio “dispaccio informativo” scritto nel Natale del 1986, durante la mia esperienza a Laisamis. Cosa ho provato? “Prima un sorriso che viene da un pizzico di nostalgia. Tutto autentico quanto scrivevo allora, ma è solo il 10% di ciò che facevamo e provavamo dato che il restante 90% ci sembrava normale routine inutile da raccontare.”
Questa riflessione mostra quanto spesso il lavoro sul campo sia silenzioso, invisibile, sottostimato nelle conseguenze anche dagli stessi operatori, ma è il tempo a testimoniarlo profondamente significativo.

Ho visto la dignità resistere, anche quando tutto il resto crollava.

Tutto questo non è eroismo. È normalità.
Questa normalità, che non fa notizia, è quella che tiene in piedi loro e il progetto.

Non servono parole nuove. Serve continuare.


“La realtà non chiede poesia

Non te ne andare, voltando lo sguardo altrove,

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