- La polvere entra ovunque. Nelle scarpe, nei vestiti, nei polmoni. Dopo un po’ smetti di scrollarla via. Non serve.
- Le case sono basse, fatte di fango e lamiere recuperate. Dentro fa più caldo che fuori. Una donna cuce seduta per terra. Un bambino gioca con una pietra. Non mi guardano. Qui la gente ha imparato a non sprecare attenzione.
Hassan mi porta al pozzo. L’acqua è marrone. Non puzzolente. Marrone.
“È quella che c’è,” dice.
“Per oggi?” chiedo.
“Per oggi.”
Non aggiunge altro.
- I bambini arrivano a gruppi. Alcuni tossiscono. Uno ha gli occhi gialli. Due hanno la febbre. Un altro sembra stare bene ma non mangia da ieri. Li registro. Li riguardo. So già che non li vedrò tutti oggi.
- Un ragazzo mi chiede qualcosa per pulirsi il viso. Gli do un fazzoletto. Lo usa, poi lo infila in tasca. Qui niente si butta.
- Cammino tra le capanne. Guardo dentro. Non dovrei, ma lo faccio. In una vedo una donna sdraiata. Respira male. Il marito mi guarda. Non dice niente. Sta aspettando che decida io.
Questo è il problema: qui anche il silenzio è una richiesta.
- Non puoi dire sì a tutti. Se entri lì, non entri altrove. Se usi farmaci lì, non li hai dopo.
Decido di tornare più tardi. So già che forse non tornerò.
- Le donne parlano tra loro. Capisco poche parole. Capisco i toni. Malattie. Cibo. Prezzi. Sempre le stesse tre cose.
Una vecchia mi guarda e dice:
“Tu oggi lavori o guardi?”
“Lavoro,” rispondo.
“Bene. Guardare non serve.”
Ha ragione.
- La sera compilo le schede. Una è confusa. L’ho scritta io. La rifaccio. Penso a quella donna nella capanna. Non so se è ancora viva. Non ho modo di saperlo fino a domani.
- I bambini giocano fuori con una bottiglia piena di sassi. Ridono. Dentro una casa qualcuno tossisce senza fermarsi.
Sololo è fatto così: due metri possono essere la distanza tra una risata e un funerale.
- Non c’è niente di poetico in questo. C’è solo da scegliere dove stare.
E accettare dove non stai.
