“A scopo informativo e di aggiornamento generale, segnalo l’articolo allegato sullo stato delle case-famiglia, la cui politica avrà ripercussioni anche sul nostro Villaggio Obbitu.
Il governo non chiuderà le case famiglia, ma si occuperà del reinserimento dei bambini nella comunità, presso parenti o famiglie affidatarie.
Tuttavia, gli assistenti sociali faticano ancora a trovare case-famiglia disposte ad accogliere i bambini bisognosi.”
———————————–
Grazie per questa informazione.
Vorrei condividere una mia riflessione.
Quando abbiamo iniziato l’attività nel villaggio Obbitu applicavamo già i principi del Children Act, che il governo ha poi recepito ufficialmente circa cinque anni dopo. In quel periodo si temeva un forte aumento del numero degli orfani a causa dell’AIDS, tanto che arrivai persino a pensare alla necessità di costruire un secondo villaggio anche a Dambala Fachana.
L’idea iniziale era quella di accogliere i minori che non avevano più una famiglia in grado di occuparsi di loro oppure provenivano da nuclei familiari sovraccarichi. Era frequente, ad esempio, che una nonna si trovasse a dover accudire contemporaneamente dieci o più nipoti rimasti senza genitori.
L’esperienza, grazie a Dio, è andata meglio del previsto e ci ha insegnato una lezione importante: era preferibile mantenere il più possibile il legame dei minori con la realtà sociale nella quale, prima o poi, sarebbero dovuti tornare a vivere. Per questo oggi consideriamo il villaggio Obbitu come un luogo sicuro e protetto dove il minore può essere accolto temporaneamente, in attesa di un reinserimento nella famiglia o nella comunità non appena ciò diventi possibile. La permanenza nel villaggio dovrebbe essere limitata allo stretto necessario.
In realtà è proprio ciò che il Progetto Sololo sta già facendo da molti anni. Basti pensare che attualmente vengono assistiti nelle loro abitazioni circa 350 minori, mentre soltanto una ventina vivono nel villaggio. Questo dimostra che il villaggio non rappresenta il modello ordinario di intervento, ma la risposta a una temporanea impossibilità di mantenere il minore nel proprio contesto sociale e familiare.
Analizzando inoltre le storie dei bambini ospitati, ci si accorge che nella maggior parte dei casi si tratta di situazioni nelle quali non esistono concrete possibilità di permanenza in famiglia. Lo stesso tribunale governativo e gli operatori incaricati della tutela dell’infanzia ci affidano questi minori per il tempo necessario alla soluzione dei problemi familiari oppure, nei casi più gravi, per un periodo indeterminato.
Personalmente condivido pienamente la scelta del governo di privilegiare il reinserimento dei minori nella comunità e nelle famiglie. Nel nostro piccolo stiamo già perseguendo da anni questa stessa direzione. Ritengo quindi importante valorizzare questa esperienza e farla conoscere meglio agli uffici governativi. Disponiamo di un database che documenta concretamente molti anni di lavoro e di risultati. Il governo potrebbe persino considerare la nostra esperienza come un modello pilota da studiare e sostenere.
Sarebbe opportuno mettere a frutto il vantaggio maturato sul campo in tanti anni di attività, un patrimonio di conoscenze che le nuove organizzazioni non possiedono ancora.
Il nostro villaggio non è un orfanotrofio. Lo definirei piuttosto un centro di accoglienza per minori in difficoltà. La sua funzione principale è sempre stata quella di prevenire l’abbandono e, di conseguenza, il fenomeno dei ragazzi di strada.
So che il tuo pensiero è molto vicino al mio. Per questo ti ricordo che in passato avevi già presentato agli uffici governativi la richiesta per aprire un Rescue Center all’interno del compound del villaggio. Forse questo potrebbe essere il momento opportuno per tornare a parlarne con le autorità, confermando la nostra disponibilità a collaborare. Naturalmente sarebbe necessario un adeguato sostegno governativo sia per le strutture sia per l’assunzione di personale educativo qualificato.
Va inoltre evidenziato un aspetto molto concreto. L’affidamento di un minore a famiglie non parenti, oppure a parenti molto lontani, può funzionare soltanto se si basa sulla generosità delle persone coinvolte e sulla tradizionale solidarietà della comunità. Tuttavia ciò è realisticamente possibile solo quando la famiglia affidataria possiede una sufficiente stabilità economica e fonti di reddito sicure. In caso contrario, la famiglia deve essere sostenuta economicamente.
La realtà che conosciamo a Sololo è diversa: molte famiglie non dispongono di risorse sufficienti nemmeno per garantire il proprio sostentamento e difficilmente possono assumersi il carico di altri componenti senza un aiuto esterno.
Credo che anche CIPAD abbia già sperimentato più volte l’affidamento di minori a parenti lontani, accompagnandolo con l’inserimento della famiglia nel progetto e persino con la concessione di una piccola dotazione di animali o altre forme di sostegno. Purtroppo non sempre i risultati sono stati quelli sperati e in alcuni casi il minore si è ritrovato nuovamente trascurato, privato delle risorse ricevute e infine abbandonato.
Se saprete affrontare con lungimiranza questo passaggio storico (ultimo giro di boa), credo che CIPAD possa assumere un ruolo di leadership e di riferimento nel settore della tutela dell’infanzia. Per riuscirci occorre farsi conoscere, dialogare con le istituzioni e mantenere sempre al centro l’interesse del minore, senza lasciarsi guidare da interessi personali o organizzativi.
È questa, a mio avviso, la strada da seguire.
Buon lavoro.
Pino




