Non ho capito … Prima noi.

  • Per molti dei miei primi anni in africa ho pensato di aver capito.
  • Poi ho cominciato a dubitare.
  • È successo lentamente.
  • Quando sei dall’altra parte del mondo, è facile pensare che siano gli altri a dover capire te.
  • Arrivi con le medicine. Con le vaccinazioni. Con il fuoristrada. Con un po’ di esperienza.
    E, senza accorgertene, anche con le tue idee su come dovrebbero andare le cose.
  • Poi scopri che le cose, da quelle parti, vanno in un altro modo.
  • Non necessariamente meglio.
  • Non necessariamente peggio.
  • Semplicemente in un altro modo.
  • Un giorno pensavo di aver capito perché un villaggio non ci aveva accolti per le vaccinazioni.
  • Avevo costruito la mia spiegazione.
  • Era sbagliata.
  • Loro ne avevano un’altra.
  • E non era meno logica della mia.
  • Era la loro.
  • Questa è forse una delle cose più difficili da imparare quando si cerca di aiutare qualcuno:
  • non confondere ciò che sappiamo con ciò che crediamo di sapere.
  • I loro anziani lo sanno.
  • O almeno, qualche volta, lo sanno meglio di noi.
  • Il problema arriva quando siamo noi a raccontare le loro tradizioni al posto loro.
  • Quando le rendiamo più semplici, più belle, più comprensibili.
  • Quando le trasformiamo in qualcosa che possiamo facilmente mettere dentro le nostre categorie.
  • È allora che una tradizione rischia di diventare una cartolina.
  • E una persona rischia di diventare un personaggio.
  • Io qualche volta ci sono cascato. Anche raccontando.
  • Per questo oggi provo a stare più attento.
  • Non tutto quello che non capisco è ignoranza.
  • Non tutto quello che capisco subito è verità.
  • E soprattutto non tutto ciò che vedo devo per forza spiegarlo.
  • Qualche volta posso anche fermarmi.
  • Guardare.
  • Ascoltare.
  • E dire semplicemente: non ho capito.
  • Forse è da lì che comincia davvero l’incontro.

Prima noi.

  • Credo che, alla fine, ci siano due modi fondamentali di guardare gli altri.
  • E che spesso, senza accorgercene, sia proprio da lì che comincia tutto.
  • Il primo: l’altro è diverso, non lo conosco, potrebbe essere un pericolo.
  • Meglio tenerlo a distanza.
  • Se posso, lo sovrasto.
  • Per difendermi, certo.
  • Ma anche per contare di più.
  • Comandare.
  • Prima noi.
  • Anzi, prima io, possibilmente.
  • È una logica comprensibile.
  • La paura esiste, gli interessi pure, e non tutti hanno buone intenzioni.
  • Ma quando diventa il nostro unico modo di stare al mondo,
  • il sospetto si trasforma in ostilità,
  • la difesa in prepotenza, la differenza in una colpa.
  • Si finisce per rispondere alla minaccia con un’altra minaccia,
  • al torto con la vendetta,
  • alla forza con una forza maggiore.
  • Ciascuno convinto di avere le proprie buone ragioni.
  • E si sta male.
  • Quasi sempre in due.
  • A volte in molti di più.
  • Le conseguenze, purtroppo, le pagano anche quelli che vengono chiamati «effetti collaterali».
  • es. NAZA, il documentario su Gaza, mostra fin dove si può arrivare
  • quando le persone smettono di essere persone e diventano numeri da mettere in conto.
  • Il momento in cui l’altro perde il suo volto e diventa qualcosa che possiamo sacrificare.
  • Il secondo modo parte da un dato meno complicato:
  • apparteniamo tutti alla stessa specie umana.
  • Siamo animali da branco, anche se ogni tanto ce ne dimentichiamo.
  • Ognuno è unico, irripetibile, diverso dagli altri.
  • Ma diverso non significa inferiore, nemico o sacrificabile.
  • E un popolo non è una massa indistinta.
  • È fatto di persone.
  • Una persona non è un’etichetta.
  • Come noi, ha una storia, delle paure, dei desideri, delle contraddizioni.
  • Non possiamo sapere in anticipo chi sia davvero soltanto perché appartiene a un altro gruppo.
  • L’altro, allora, non è necessariamente un pericolo da neutralizzare.
  • Può essere un problema, certo, ma
  • anche un’occasione per capire qualcosa che da soli non avremmo capito.
  • Può mettere in discussione le nostre certezze, aiutarci a crescere.
  • E noi possiamo fare altrettanto per lui.
  • Non è detto che ci piaceremo,
  • né che saremo sempre d’accordo.
  •  La convivenza non è una cena tra amici.
  • Qui entrano in gioco il rispetto, la responsabilità, la disponibilità al confronto.
  • E soprattutto la capacità di mediare.
  • Non sempre si può ottenere tutto quello che si vuole.
  • Qualche volta bisogna rinunciare a qualcosa, senza per questo sentirsi sconfitti.
  • La mediazione non è debolezza:
  • può essere il prezzo ragionevole da pagare per continuare a vivere insieme.
  • Naturalmente non basta essere buoni.
  • Ci sono prepotenze da fermare,
  • diritti da difendere,
  • responsabilità da pretendere.
  • Rispettare l’altro non significa subire tutto.
  • Ma anche quando dobbiamo opporci, possiamo scegliere
  • di non disumanizzare chi abbiamo davanti.
  • Non è una ricetta per eliminare i conflitti.
  • È un modo per affrontarli senza trasformarli in guerre permanenti.
  • Per cercare una convivenza civile, anche quando è faticosa.
  • E per costruire un po’ di pace, senza aspettare che il mondo diventi perfetto.
  • Se dovessi votare, sceglierei questa seconda visione.
  • Vorrei continuare a credere che l’altro non sia necessariamente un nemico.
  • E che restare umani cominci proprio da qui.
  • Non perché sia facile.
  • Non perché garantisca sempre un buon risultato.
  • Ma perché nella prima visione ciascuno cerca di salvarsi da solo
  • e tutti diventano una minaccia.
  • Nella seconda rimane aperta, almeno,
  • la possibilità di vivere meglio insieme.
  • Per me, restare umani significa non smettere di vedere nell’altro una persona,
  • soprattutto quando sarebbe più comodo vedere un nemico.
  • Non sempre ci riesco. Ma è da qui che vorrei ripartire.
  • Non pretendo che gli altri la pensino come me.
  • E non chiedo a nessuno di dichiararsi buono, altruista o pacifico.
  • Le dichiarazioni costano poco.
  • Sono le scelte, soprattutto quelle difficili, a dire qualcosa di più.
  • Chiedo soltanto di ascoltare tutti, anche chi la pensa diversamente,
  • anche chi ci disturba,
  • senza per questo rinunciare alle proprie convinzioni.
  • Poi ciascuno valuti, scelga e si assuma la responsabilità della strada che decide di prendere.
  • Perché non sempre possiamo scegliere quello che ci succede.
  • Ma almeno qualche volta possiamo scegliere come rispondere.
  • Io continuo a scegliere una società nella quale l’altro non sia prima di tutto un pericolo da contenere o un concorrente da battere,
  • ma una persona con cui provare a costruire qualcosa.
  • Non è detto che ci si riesca.
  • Non è detto nemmeno che l’altro collabori.
  • Ma la pace, per come la vedo io, non comincia quando tutti diventano buoni.
  • Comincia quando smettiamo di considerare inevitabile che ciascuno pensi soltanto a sé.
  • È una scelta da rinnovare.
  • Anche domani.
  • Anche quando costa fatica.
  • Anche quando, qualche volta, siamo noi quelli che avrebbero bisogno di cambiare strada.
  • Non mi interessa, dunque, classificare le persone per sapere chi mettere prima.
  • Mi interessa riconoscere dove portano i criteri con cui scegliamo di trattarle.
  • Se alimentano la paura o la fiducia,
  • se cercano il dominio o il confronto,
  • se rendono possibile una convivenza oppure preparano il prossimo conflitto.
  • Non credo, infatti, che siamo fatti in due pezzi.
  • Non credo che esistano due categorie di esseri umani:
  • da una parte i buoni, dall’altra i cattivi;
  • qui gli egoisti, là gli altruisti.
  • Siamo più complicati di così.
  • Possiamo passare da una parte all’altra anche più volte nella stessa giornata.
  • Essere generosi al mattino e prepotenti al pomeriggio.
  • Capaci di ascoltare una persona e di non sentire quella che ci sta antipatica.
  • Difendere i diritti quando sono i nostri e
  • trovare buone ragioni per dimenticarcene quando sono quelli degli altri.
  • Succede.
  • A me come agli altri.
  • Non siamo fatti in due pezzi.

E allora non basta dire da che parte stiamo: conta, ogni volta, da che parte ci portano le nostre scelte. Resta la domanda con la risposta tutta da scoprire: Chi è l’Altro?!