Capitolo-1- Sololo: dove ogni scelta pesa

  • Il caldo ti entra addosso e non se ne va. Non è fastidio: è pressione. Ti schiaccia i pensieri, ti rallenta le mani, ti accorcia il respiro.
  • I bambini corrono. Uno cade. Si rialza. Polvere sulla faccia. Ride. Io guardo le sue gambe: troppo magre. Penso a quante volte una caduta qui non è solo una caduta.

Halkano, vieni qui!” urla una donna. Il bambino inciampa di nuovo. Questa volta non ride.

  • Le strutture sanitarie sono quello che sono: due stanze, qualche scatola di farmaci, strumenti usati fino allo sfinimento. Qui non “curi”. Provi. E ogni volta sai che stai giocando con margini ridicoli.

Controllo le schede. Hassan, uno degli anziani, mi guarda lavorare.

  • “Perché mi guardi così?” mi chiede.
    Non rispondo. Perché la risposta è: perché se sbaglio, qualcuno paga. E non sono io.
  • A volte bestemmio. Ma non è rabbia. È richiesta di aiuto. È dire: sto facendo tutto, ma non basta. Qui non ci sono illusioni. Ci sono corpi. Ci sono febbri. Ci sono infezioni che se le perdi di vista per un giorno, non ti aspettano.

I Borana osservano tutto. Non giudicano: registrano. Sanno che la sopravvivenza non è gentile.

  • Aiuti qualcuno se questo aumenta le possibilità che domani sia ancora vivo. Non è cinismo. È matematica.
  • La giornata comincia con le cose semplici: antimalarici, paracetamolo, controlli. Poi arrivano i casi che non stanno dentro le cose semplici. E allora devi decidere: lo mandiamo a Nairobi o no?
    Non è una scelta medica. È una scelta logistica, economica, temporale. E se sbagli, non lo saprai mai davvero. Saprai solo che qualcuno non c’è più.

“Non possiamo fare di più?” mi chiede Paul mentre distribuiamo il cibo.

  • Lo guardo. Ha le mani che tremano. Non per la commozione. Per la stanchezza.
    “Stiamo facendo tutto quello che possiamo,” gli dico.
    È una frase brutta. Perché a Sololo non è mai abbastanza.
  • Ogni operatore locale segue decine di bambini. Non esistono protocolli veri. Ogni caso è diverso. Ogni scelta è un precedente.

Una carezza a un bambino. Un trasferimento deciso in ritardo. Una febbre sottovalutata. Qui non esistono gesti neutri.

  • Col tempo migliorano alcune cose. Paul organizza screening HIV. Abdu insegna a lavorare le serre. I dati vengono gestiti meglio. Le risposte arrivano prima. Ma il margine resta sottile. Sempre.

Per me, qui, il cristianesimo non è una religione. È un criterio operativo:
– fai quello che puoi
– assumiti il costo
– non raccontartela dopo

  • Sololo cambia. Arriva l’elettricità. L’acqua pompata. Le strade migliori. Arriva anche il mercato. Arrivano anche problemi nuovi. Alcuni si adattano. Altri no.

Noi non siamo qui per restare. Siamo qui per non lasciare macerie quando ce ne andiamo.

  • Chi guarda da lontano non vede una cosa semplice: qui non lavori con progetti. Lavori con conseguenze: un bambino che resta in piedi; un bambino che non ce la fa. Ogni decisione che ti resta addosso la notte.

Io cammino. Compilo schede. Rileggo decisioni. Ne dubito. Qui non ci sono premi.
Non ci sono finali belli. Ci sono solo scelte. E il peso di farle.