Capitolo -3- Le regole che nessuno scrive

  • Qui non c’è un regolamento appeso al muro. Eppure sbagli una volta e lo capisci subito.

Non te lo spiegano. Te lo fanno capire.

  • Un vecchio mi chiama. Vuole mostrarmi come si prepara il latte. Lo fa piano. Ogni gesto è preciso. Non parla. Io guardo e basta. Se faccio una domanda nel momento sbagliato, se tocco qualcosa che non dovrei, non succede una scena. Succede di peggio: non mi insegnano più.

Qui la conoscenza non si condivide per diritto. Si concede per fiducia.

  • Cammino nel villaggio. I ragazzi giocano con una lattina schiacciata. Uno cade, si rialza senza piangere. Gli altri non si fermano. Qui imparano presto che fermarsi è un lusso.
  • I Borana osservano tutto. Non commentano. Registrano.
    Chi sei. Come guardi. Quanto prometti. Quanto mantieni.

Se dici che torni, torni.
Se dici che porti qualcosa, la porti.
Se sbagli due volte la stessa cosa, non sei più affidabile.

E senza fiducia, qui, non lavori.

  • Ogni gesto è una prova. Dare acqua. Medicare una ferita. Dire “domani”. Tutto resta segnato da qualche parte, anche se nessuno scrive.
  • Una volta correggo un uomo davanti agli altri. Non alzo la voce. Non lo umilio. Ma lo faccio in pubblico. Il giorno dopo nessuno mi chiede più niente per due giorni.

Errore mio. Qui certe cose si fanno in privato. Dovevo saperlo. Ora lo so.

Il prezzo delle regole non scritte è questo: le impari dopo averle violate.

  • La sera, mentre rileggo le schede, penso che da fuori questo posto sembra caos. Ma non lo è. È un ordine che non ti somiglia. E se non impari ad entrarci, non aiuti nessuno. Fai solo confusione.

Qui non sopravvive chi è buono. Sopravvive chi è prevedibile, sia nel bene che nel male.

E io, ogni giorno, devo dimostrare di esserlo.