Il sole picchia già forte alle prime ore del mattino quando usciamo con la nostra “clinica mobile”. Il fuoristrada, vecchio di tanti anni, geme tra polvere e pietre, carico di borse, scatoloni e contenitori per i vaccini. L’appuntamento era alle otto, ma ci avviamo solo verso le nove. Sololo ci accompagna con mille piccole incombenze: saluti, richieste, gesti di chi vede nella nostra auto una speranza. Ogni incontro dura minuti preziosi sotto il sole verticale. Un sacco di granturco, destinato a chi aspetta da giorni, pesa sulle nostre braccia, ma non possiamo rifiutare. Una donna con il bambino sul dorso ci supplica di darle un passaggio: il piccolo allunga la mano, ride, la madre sorride sottovoce. Ogni gesto, ogni parola conta. È così che guadagni la loro fiducia, senza diventare “colonizzatori” né estranei in queste terre.
Arriviamo finalmente al villaggio. Il clacson chiama le mamme. I bambini corrono scalzi, ridono e si nascondono tra le capanne. Sotto il solito albero, il gruppo si raccoglie. Si misura il peso dei piccoli, uno a uno infilati in sacchetti di plastica appesi a rami che oscillano. Cartelline cliniche gelosamente conservate vengono ritirate. Seguono le vaccinazioni: pianti, bisbigli, urla, mani che cercano conforto. Alcune mamme, alla fine, confessano la loro riconoscenza e, sottovoce, che non dispongono di scellini per pagare. E’ grande il loro sorriso di sollievo quando ripetiamo ancora che non c’è da pagare per loro. Spieghiamo che tutto è un regalo che arriva da lontano, molto lontano inviato da gente gli vuole bene senza neppure conoscerli. La cosa li lascia sempre sconcertati e con evidenti enormi punti interrogativi negli occhi. Le nostre borse si aprono in continuazione e vi si trova quasi sempre la soluzione giusta per ognuno.. Quando finalmente partiamo, qualcuno chiede un passaggio fino a Sololo. L’auto sembra esplodere dal carico, ma un posto si trova sempre. Arrancando tra pietre e sole verticale, riprendiamo il viaggio di ritorno.
Non lontano, incontro un anziano dignitoso, vestito della povertà e della fatica di una vita intera. Tra il faceto e il formale, parla nella sua lingua, il borana. Mi racconta la sua storia e conclude con una richiesta. Non capisco una parola, ma il suo sguardo è un punto interrogativo che cerca una risposta. Lo accompagno dal negoziante che parla inglese: capisco allora che vuole solo confezionare un piccolo cesto di cibo per la famiglia, per celebrare la festività. Detto, fatto. La gioia nei suoi occhi è incredibile. Solo sette giorni dopo apprendo che l’anziano è morto, ucciso da una malattia banale, endemica, inevitabile dove manca l’acqua. Mi ha lasciato depositario della storia della sua vita, dell’ultima festa che ha potuto celebrare rendendo felice la sua famiglia. Ora è un ricordo indelebile che mi accompagna sempre.
Nei villaggi la vita quotidiana segue ritmi che noi, bianchi, non possiamo comprendere. Seduti all’ombra di un albero o dentro la capanna, i pastori riposano quando il sole è verticale, proteggendo i vitellini nati di recente, curando le mandrie dalla mungitura al riposo serale. Di notte muoversi significa affrontare predatori, felini, rischi continui. Ogni gesto, ogni pausa, ogni attenzione ha un senso: sopravvivere. Nulla è inutile, nulla improvvisato. La fatica è costante, il calore del fuoco e del sole avvolge corpi ridotti, ma i gesti rimangono pieni di dignità.
Ma non tutti hanno la forza o la possibilità di restare. Alcuni giovani delle famiglie più colpite dalla siccità rinunciano alla vita tradizionale e tentano l’avventura nella grande città di Nairobi. Chi non si perde completamente nel degrado, prima o poi torna a Sololo: deluso, frustrato, senza speranza. Hanno conosciuto ciò che non hanno mai posseduto e capiscono subito che difficilmente potranno averlo. La fuga passa spesso attraverso il mirà, droga locale, o distillati che anestetizzano il corpo e la mente, alleviano fame e dolore, ma corrodono il cervello.
Sono una bomba ad orologeria. La rabbia repressa, la fame di sopravvivenza e il senso di ingiustizia li trasforma in un branco potente, guidato dall’istinto più che dalla ragione. Non hanno nulla da perdere. Camminano come morti viventi tra la vita e la morte. La città diventa un territorio alienante: odore di polvere, sporcizia, fumo, confusione, rumore assordante, bambini scalzi e persi tra la folla. Ogni angolo è una sfida, ogni passo una lotta.
Chi fugge dalla fame e dalla morte non conosce barriere. Nessuna legge, nessuna recinzione, nulla può fermarli. La migrazione diventa inarrestabile. Presto diventa massa, presto diventa caos. Presto diventa tragedia.
Fermare questa onda significa dare dignità, strumenti e opportunità concrete. Significa farli stare bene a casa loro; con i fatti e non con le sole parole. Non per pietà, non solo per altruismo, ma perché conviene a tutti: ai villaggi, alle città, a chiunque respiri in questo mondo. Dare loro speranza significa spegnere la rabbia prima che esploda, restituire dignità a vite che altrimenti diventerebbero frammenti persi nel vento della sopravvivenza.


