Una rete silenziosa che cambia vite
Dal 2018 un’azienda italiana, della quale rispettiamo l’anonimato, cammina al nostro fianco con discrezione e continuità.
Non grandi proclami. Non campagne pubblicitarie.
- Solo un gesto semplice e concreto: i loro
dipendenti che scelgono di condividere una piccola quota del proprio stipendio per sostenere a distanza bambini di Sololo, nel nord del Kenya.
Oggi sono 72 lavoratori che, insieme al loro comitato CSR, sostengono 18 bambini.
Dietro questi numeri ci sono nomi, volti, storie.
A loro – e in particolare ad Antonella, Federica, Laura, Patrick e Silvia – va il nostro grazie più sincero.
Perché la solidarietà vera non fa rumore, ma costruisce futuro.
Il loro esempio ci ricorda una cosa semplice:
quando tanti fanno poco, succede molto.
MINORI
– Un sostegno che diventa futuro
ANZIANI
– Restituire dignità alla fine della vita
A Sololo nascere poveri significa spesso partire già in salita: niente scuola, poco cibo, cure mediche lontane, lavoro precoce.
Il Sostegno a Distanza (SaD) cambia questa traiettoria.
Con un piccolo contributo regolare si garantiscono:
- frequenza scolastica e materiale didattico
- alimentazione adeguata
- cure sanitarie di base
- accompagnamento educativo e familiare
Non è assistenzialismo.
È mettere un bambino nelle condizioni di camminare con le proprie gambe.
Ogni sostenitore riceve aggiornamenti, foto, notizie.
Perché non è una donazione impersonale: è una relazione.
Oggi, però, circa un centinaio di minori attendono ancora qualcuno che dica “ci penso io”.
C’è una povertà più silenziosa: quella degli anziani.
Molti hanno superato guerre, fame, siccità.
Sono sopravvissuti a tutto.
Ma ora sono soli, malati, senza reddito, spesso senza cibo.
Con il SaD-Anziano possiamo garantire:
- un contributo mensile per acquistare cibo e beni essenziali
- visite e monitoraggio sanitario
- iscrizione al servizio sanitario nazionale
- vestiti e condizioni igieniche dignitose
- presenza e accompagnamento
A volte basta poco: una sedia, il latte, una coperta, una medicina.
Piccole cose che per noi sono normali, per loro fanno la differenza tra sopravvivere e vivere con dignità.
Sostenere un anziano significa dire:
“La tua vita conta, fino all’ultimo giorno.”.
Puoi farlo anche tu
L’azienda che ci sostiene ci ha insegnato questo: la solidarietà funziona quando diventa scelta quotidiana, non gesto occasionale.
Attivare un Sostegno a Distanza è semplice. Basta poco, ma con continuità.
Con il passaparola, con una piccola quota mensile, con un impegno condiviso, possiamo arrivare a tutti quelli che ancora aspettano.
Perché a Sololo nessuno chiede miracoli. Chiede solo di non essere dimenticato. E insieme possiamo farcela.
Come attivare un Sostegno a Distanza (SaD) in 3 semplici passi
1. Contattaci
Scrivi a sololo@laforzadellacondivisione.it
oppure chiama 338 6579230
Un piccolo impegno per te. Una grande differenza per loro.
2. Scegli chi sostenere
Puoi attivare un SaD per:
👧 un minore (scuola, cibo, cure, educazione)
👵 un anziano (cibo, medicine, dignità)
Riceverai foto, notizie e aggiornamenti periodici della persona che sostieni.
- Attiva il tuo contributo
Con meno di 0,70 € al giorno puoi cambiare una vita.
Puoi versare:
- 21 € al mese
- 126 € semestrali
- 252 € annuali
Bonifico intestato a:
Associazione “A Força da Partilha” OdV
IBAN: IT19J0501811100000011115045
Agli amici del “Progetto-Sololo”, scrivo …
- Scrivo e nel cuore ho questa terra secca dove il vento alza polvere e silenzio, mentre nel mondo si ode il frastuono di guerre di ogni tipo.
- Cambiano le bandiere, ma il risultato è sempre lo stesso: povera gente che muore.
- Vi racconto cosa sta succedendo a Sololo. Non per chiedere. Solo per informare. Capisco qualsiasi scelta facciate. Anche il silenzio. Anche quello ha un motivo, e va rispettato.
- Ma io ho il dovere di parlare. Perché chi muore qui rischia di farlo due volte: la prima di fame, la seconda nell’indifferenza. E questa seconda morte, credetemi, fa più male.
- La morte, in fondo, è uguale ovunque. Che ti colpisca sotto una bomba o sotto un sole che spacca la terra, sempre morte è.
- Però riguardo agli ultimi di Sololo siamo in pochi a sapere. Pochi a vedere. Pochi a poter fare qualcosa.
- E la cosa che fa soffrire di più è che le soluzioni esistono. Non sono miracoli. Non sono cose complicate. Non costano nemmeno così tanto. Basterebbe poco. Ed è proprio quel “poco” che brucia.
- Inoltre io ho una paura che mi porto dentro. Che un giorno qualcuno mi dica: “Se lo avessi saputo…” “Se me lo dicevi prima…” “Io li avrei aiutati”. Ecco, per me quella sarebbe la seconda morte. La prima la vivo ogni giorno, guardando negli occhi chi non ce la farà. La seconda sarebbe sapere di non aver parlato abbastanza. Per questo vi scrivo. E, se me lo permetterete, continuerò a farlo.
- Se potete, continuate ad aiutarli Aiutatandoci ad Aiutarli ad Aiutarsi.
Quando tu ti domandi:.
Chi me lo fa fare? Guarda le foto. Io cosa ci posso fare? Guardane altre. Le risposte sono lì. Non nelle parole.
Posso fidarmi che quello che mando arrivi davvero? Nella vita, se non rischi non rosichi. Provaci. Tanti lo hanno fatto e non si sono pentiti.
Cosa posso fare di concreto? Qualsiasi cosa è meglio di niente. Dove non c’è nulla, anche poco è tutto.
L’emergenza adesso qual è?
Uscire da questa carestia con meno morti possibile.
Il cibo ha quasi triplicato il costo.
La gente semplicemente non compra più.
E quando non compri, smetti di mangiare.
E quando smetti di mangiare, il resto lo sappiamo.
Si può fare qualcosa? Sul serio, si.
- Il Progetto Sololo, gestito da Cipad, grazie a voi funziona.
- Potrebbe assistere molte più persone.
- Non lo può fare solo per mancanza di fondi. Niente di più banale. Niente di più crudele.
- È aritmetica, non poesia
- Un sostegno a distanza in più vuol dire un bambino o un anziano in sicurezza in più.
- Una donazione in più vuol dire sofferenza in meno.
A proposito delle foto dei bambini
Ogni tanto qualcuno mi chiede:
“Ma perché tu lo fai?”
Ognuno ha la sua risposta. Tutte valide.
La mia è semplice: per provare a restare coerente con lo stile di vita che ho scelto. Prima chi sta peggio.
Essere poveri in Italia è duro. Lo so. Ma essere poveri tra i poveri è un’altra cosa. Qui, anche se uno volesse aiutarti, non può. Perché non ha niente.
Il Progetto Sololo è: un’alternativa al mondo dello scarto.
Non cambieremo il pianeta, come purtroppo fanno alla rovescia le guerre. Ma almeno non facciamo finta di niente.
Ho visto e imparato da tre generazioni di operatori che ci hanno provato ognuno a modo suo.
La prima: pionieri, quasi eroi incoscienti. Hanno sperimentato improvvisando in un mondo a loro sconosciuto.
La seconda: la mia. Più cuore che metodo. “Vedemo de fa quel che se pò”. Cercando di evitare gli errori commessi dai primi.
La terza: i professionisti. Studi, competenze, numeri. Più preparati dalla scienza nella luce dell’esperienze delle precedenti generazioni.
Cambiano i modi. Ma i valori restano gli stessi. Se perdi quelli, puoi avere tutta l’esperienza e la scienza del mondo, ma non servi a nessuno.
Io sono un boomer. Fatto così. Probabilmente pesante. Forse fuori moda. Ma sereno. Perché posso dire una cosa semplice: ci ho sempre provato. Mai perfetto. Spesso sbagliando. Ma ho provato. E alla fine conta quello. Non il risultato. La coerenza.
Il Progetto Sololo, a mio parere, non è un’opera eroica. È solo uno strumento per provare a ridurre i condizionamenti dati dalla povertà.
A Sololo la povertà è fisica. In Italia spesso è intellettuale. Ma entrambe ti tolgono la libertà di scegliere chi diventare. E un uomo senza possibilità di scelta non è libero. Se riuscissimo a restituire anche solo un pezzetto di libertà a qualcuno, la nostra vita avrebbe di certo senso.
Per questo vi parlo della carestia. Non sto chiedendo. Sto informando. Siete liberi. Sempre. Fate ciò che potete.
Una cosa vi prego davvero, dal profondo: non dite, un giorno, “non lo sapevo”. Perché adesso lo sapete. E io, finché avrò voce, continuerò a raccontarlo per coerenza con me stesso.
“Ce l’abbiamo fatta !!! Grazie a tutti voi che avete deciso di condividere questo progetto: questi sono i “nostri bambini”
(Antonella, Federica, Laura, Patrick e Silvia)
A proposito delle foto dei bambini
- Lo dico con semplicità. Da boomer, io la penso così.
- Le foto dei bambini malnutriti io le evito. Non per indifferenza. Al contrario. Le evito perché mi fanno troppo male. Ne ho tante in archivio, mi sembrano inutilmente crudeli. Molti di quei bambini sono già oltre il limite. Lo capisci dagli occhi, dalla pelle, dal corpo che non reagisce più. E dentro di me lo so: anche se mandassimo aiuti subito, per qualcuno sarebbe già tardi.
- Allora mi chiedo: sto guardando per aiutare… o sto guardando un’agonia? E questa domanda mi mette a disagio.
- A volte ho la sensazione che certe immagini scivolino, senza volerlo, in una zona ambigua. Quasi sado-masochistica. Come se il dolore dovesse essere esibito per forza. Come se per smuoverci servisse prima ferirci. Come se il messaggio fosse: “Guarda cosa succede. È anche colpa tua”.
- Ecco, il senso di colpa non aiuta nessuno. Non fa nascere responsabilità. Fa nascere fuga.
- Quelle foto parlano a tutti indistintamente. A chi potrebbe fare qualcosa e non fa. Ma anche a chi sta già facendo il possibile. E perfino a chi non ha davvero alcun mezzo. Così si colpevolizzano anche i giusti. E quando ti senti accusato ingiustamente, non ti avvicini: ti allontani.
- Io, davanti a certi messaggi, non mi sento motivato. Mi sento impotente. Sfiduciato. E l’impotenza non salva nessuno.
- Capisco le buone intenzioni. So che dietro c’è il desiderio sincero di raccogliere fondi, e in fretta. Ma a volte sembra che l’obiettivo si sposti senza accorgercene: non più “aiutare il bambino”, bensì “ottenere soldi subito”. Una specie di elemosina emotiva. Funziona magari nell’immediato. Ma nel lungo periodo consuma la dignità di tutti: di chi guarda e di chi è fotografato.
- E un bambino non è uno strumento di marketing. Neppure per una buona causa.
- Forse quelle immagini erano necessarie anni fa, per far conoscere una realtà che nessuno vedeva. Oggi, però, lo sappiamo tutti che la fame esiste. Non è più una novità informativa. Continuare a mostrarla sempre nello stesso modo rischia solo di anestetizzarci. Come i pacchetti di sigarette con lo scheletro sopra. Dopo un po’ non li guardi più. Peggio: fai gesti scaramantici e cambi canale. Il problema resta. Tu sei solo scappato.
- Io, invece, preferisco un altro tipo di racconto.
Preferisco mostrare i bambini che ce l’hanno fatta. Quelli che sorridono. Quelli tornati a scuola. Quelli che mangiano, giocano, vivono. - Non per nascondere il dolore. Ma per mostrare che l’aiuto funziona. Che non stai buttando soldi in un buco nero. Che una mano tesa cambia davvero una vita.
- Mostrare la povertà, sì. Le case, la polvere, l’ingiustizia. Ma senza togliere dignità alle persone. Mai.
- Vorrei che il messaggio cambiasse: da “sentiti in colpa e dai qualcosa subito” a “se puoi e se vuoi, puoi partecipare a cambiare le cose”.
È diverso. Nel primo caso reagisci per vergogna. Nel secondo scegli per coscienza. E solo ciò che scegli liberamente dura nel tempo. - Non sono un esperto di comunicazione. Sono solo uno che ha visto troppa sofferenza dal vivo. E ho imparato una cosa semplice: ogni sapere, anche quello della comunicazione, deve stare al servizio della persona. Sempre. Di chi è fotografato. E di chi guarda. Se perdiamo questo rispetto, anche la solidarietà si sporca.
- Forse è un modo di pensare da boomer. Forse sono in una razza in estinzione. Può darsi. Ma continuo a credere che la dignità venga prima dell’effetto. E che la speranza muova più passi della colpa. Per questo, se devo scegliere un’immagine, scelgo un sorriso salvato. Non un dolore esibito.
- Perché io non voglio spettatori scioccati. Voglio compagni di strada. E con i compagni si cammina lontano.


