Oggi abbiamo accolto nel Villaggio Obbitu due nuovi ospiti, fratello e sorella, bambini provenienti da Moyale segnalati dall’ufficiale governativo per la tutela dell’infanzia.- I bambini sono orfani di madre, deceduta per complicanze da parto, con padre ancora in vita ma inaffidabile.
- A supporto della necessità di prenderli in carico, vi è la relazione degli anziani della comunità.
“Cipad è felice di accoglierli nella famiglia Obbitu e di accompagnarli nel loro percorso di crescita e sviluppo”.
Quando un villaggio decide di non lasciare soli dei bambini
Nel corso degli anni mi è capitato di assistere a riunioni di villaggio che difficilmente dimenticherò. Non erano incontri ufficiali fatti di formalità e protocolli. Erano momenti duri, concreti, in cui una comunità intera cercava di capire come proteggere dei bambini rimasti senza madre.
Una sera, sotto un albero, si riunirono gli anziani di un piccolo villaggio. Parlavano della morte di una giovane donna, deceduta dopo un parto complicato. Aveva iniziato il travaglio in casa. Quando le sue condizioni peggiorarono, i vicini cercarono di organizzare il trasporto verso l’ospedale più vicino, raccogliendo denaro tra famiglie che spesso non hanno quasi nulla da condividere. Fu trasferita prima in una struttura locale e poi oltre confine, in Etiopia. Non sopravvisse.
Durante quella riunione emerse anche altro. Alcuni raccontarono che il marito, già in passato, spariva nei momenti più difficili, lasciando la donna sola con i figli e senza sostegno economico. Più volte il villaggio aveva dovuto intervenire con piccoli aiuti per permettere alla famiglia di andare avanti. Nessuno parlava con odio. Piuttosto con amarezza e senso di responsabilità.
Il centro della discussione, però, non era accusare qualcuno. Erano i bambini. Quattro figli improvvisamente rimasti senza madre e senza reali garanzie per il futuro.
Ricordo il silenzio serio con cui gli anziani parlarono del loro destino. In luoghi dove spesso manca tutto, resta ancora forte il senso collettivo della comunità. Si decise che i bambini dovessero essere temporaneamente accolti da una famiglia del villaggio mentre si cercava una soluzione più stabile attraverso i servizi sociali e una casa di accoglienza di Cipad nel Villaggio Obbitu.
Nei giorni successivi vidi documenti ufficiali, richieste di accoglienza, certificati, timbri amministrativi. Carte fredde che cercavano di mettere ordine dentro una tragedia umana enorme. Dietro quei fogli, però, restavano i volti reali di bambini che avevano perso la madre durante un parto che altrove sarebbe probabilmente stato gestibile con cure tempestive e mezzi minimi.
Sono storie che difficilmente entrano nelle statistiche internazionali. Eppure raccontano molto della fragilità quotidiana in cui vivono milioni di persone. Bastano poche ore di distanza da un ospedale, la mancanza di denaro per un trasporto, l’assenza di qualcuno che si assuma una responsabilità concreta, e una famiglia intera cambia destino.
Quello che mi colpì di più non fu solo la povertà materiale. Fu vedere come, nonostante tutto, una comunità poverissima cercasse comunque di non lasciare soli quei bambini. In mezzo a enormi limiti, rimaneva ancora viva una forma di solidarietà che spesso nelle società più ricche rischiamo di perdere.
(pino)


