Novecento grammi
- Nascere prematuro, pesando soli 900 grammi, qui non richiede necessariamente un’incubatrice. Se è giorno, ci pensa il sole. Se è notte, cambia. Ci sono almeno dieci gradi in meno. Significa morte.
- La differenza non è solo dove si nasce. È anche quando si nasce.
- E poi c’è la fame. Morire per fame è sempre uguale. Il corpo si scava lentamente. Il respiro si fa più debole. La pelle si tende sulle ossa. Gli occhi diventano grandi, come se cercassero una risposta.
Era un bambino.
- Lo tengo tra le braccia. Il suo corpo è leggero. Pesa quasi niente. Le braccia sottili, le gambe come rami, il ventre gonfio e il resto consumato dalla fame. Me lo ricordo per gli occhi. Non sono più occhi di bambino. Grandi, enormi, sproporzionati rispetto a quel viso diventato troppo piccolo.
- Mi guarda senza piangere. Senza accusare. Senza capire. Mi guarda.
- Quegli occhi sembrano chiedermi qualcosa. Cosa? Acqua? Cibo? Aiuto? O forse soltanto perché. Perché io? Perché devo morire? Forse chiede semplicemente che qualcuno resti lì. Non ho risposte.
- Sono un medico. Ho imparato a rianimare un cuore, a fermare un’emorragia, a cercare una vena quando non se ne trovava più una. Ho imparato a lottare contro la morte. So cosa fare quando un corpo può ancora essere salvato. Ma questo corpo si sta spegnendo per fame. La morte per fame ha nulla di improvviso. Arriva lentamente. Ora ha il volto di questo bambino.
- Il respiro diventa sempre più lontano. Respira piano. Un respiro. Una pausa. Poi un altro. Non piange. Il respiro si fa più raro. Aspetto il successivo. Arriva. Poi un altro ancora. Ogni volta che smette di respirare penso che sia finita. Poi arrivava ancora un soffio. Poco. Sempre meno. Poi niente.
- Quegli occhi, a un certo punto, non mi cercano più. Restano aperti per qualche istante. Guardano davanti a sé.
- Io continuo a tenerlo stretto. E dentro di me continuo a ripetere una sola parola: Perché?
- Forse è questo che mi ha lasciato quella morte. Non la tristezza. Non soltanto. Mi ha lasciato la certezza che quella morte era innaturale. Perché morire può essere naturale. Morire di fame, no. Non quando c’è qualcuno che avrebbe potuto impedirlo. Non quando quel bambino aveva soltanto bisogno di essere nutrito, curato, protetto. Non quando, mentre muore tra le mie braccia, il mondo continua a vivere intorno a noi.
- Rimango con lui. È un bambino. Doveva vivere. Lo tengo stretto. Non so se lui ha capito qualcosa del mondo. So che il mondo non ha capito lui. Quegli occhi continuano a cercarmi.
La vita di un anziano a Sololo
- È nato molti anni fa, in una capanna. Non c’era un ospedale. Non c’era un medico. Non c’erano medicine. C’erano sua madre e altre donne che sapevano come far nascere un bambino.
- È cresciuto come sono cresciuti tanti bambini qui. Ha imparato presto a seguire gli animali, a cercare l’acqua, a riconoscere le nuvole e a capire dalla terra quando la pioggia poteva finalmente arrivare. La sua infanzia è stata breve.
- È diventato uomo e ha cominciato a lavorare. Ha allevato animali. Ha costruito la sua casa. Ha cercato acqua e pascoli. Ha avuto una moglie. Ha avuto dei figli. Alcuni sono cresciuti. Altri sono morti quando erano ancora piccoli. È una cosa che a Sololo è accaduta tante volte. E, per quanto si possa pensare di essersi abituati, davanti alla morte di un bambino non ci si abitua mai davvero. Ha spostato la famiglia quando la siccità non lasciava più nulla.
- Ha lavorato tutta la vita. Non ha mai avuto uno stipendio. Non ha mai avuto una pensione.
- Quando è arrivata la vecchiaia non ha smesso di lavorare perché fosse andato in pensione. Ha smesso perché il suo corpo non gli permetteva più di fare quello che aveva fatto per tutta la vita.
- Le gambe sono diventate più lente. La vista si è indebolita. I denti sono diventati pochi. Gli amici della sua età sono quasi tutti morti.
- Adesso passa molto tempo seduto davanti alla sua capanna. Guarda la gente che passa. Guarda i nipoti giocare. Qualche volta racconta loro qualcosa del passato. Non ha fotografie per ricordare la sua vita. Ha soltanto la memoria.
- Quando qualcuno si ferma a salutarlo, sorride. Quando gli portiamo qualcosa da mangiare, ringrazia. Ma qualche volta penso che ciò di cui ha più bisogno non sia quello che gli portiamo.
- Forse gli basta che qualcuno si sieda accanto a lui. Che gli chieda come sta. Che lo ascolti.
- Mi sono chiesto spesso che cosa pensi di noi che arriviamo da lontano con le nostre medicine, i nostri progetti e le nostre buone intenzioni. Forse niente. Forse non gli interessa da dove veniamo.
- Forse gli basta sapere che, per qualche minuto, qualcuno si è ricordato di lui.
- Alla fine della sua vita non possiede quasi nulla. Ma ha avuto una vita intera. Una vita fatta di lavoro, di famiglia, di gioie e di perdite. Di siccità. Di paura. Di attese. Di speranza. Quando morirà, la sua comunità lo accompagnerà. E la sua vita finirà così come era cominciata: senza grandi cose, ma dentro una comunità che lo ha conosciuto.
- Mi capita allora di pensare che abbiamo un’idea strana della ricchezza. Misuriamo la vita attraverso quello che una persona possiede, quello che ha costruito, quello che ha lasciato. Qui ho imparato che si può possedere quasi nulla e avere comunque una vita piena. Una vita povera di cose.
- Ma non per questo povera di umanità.
- Forse, alla fine, ciò che conta davvero è molto più semplice. Essere stati amati. Avere amato.
- E, qualche volta, aver trovato qualcuno disposto a fermarsi, a guardarci negli occhi e ad ascoltarci.
Farmaci per il trattamento delle patologie croniche
- L’intervento è rivolto a pazienti con patologie croniche. Molti di questi pazienti non sono più in grado di acquistare i farmaci necessari al controllo delle proprie condizioni cliniche.
- In concomitanza la mancata disponibilità continuativa dei farmaci nei dispensari pubblici ha aggravato sul territorio la situazione, rendendo difficile la gestione delle patologie.
- Le attività di visita, verifica e distribuzione sono state svolte presso i dispensari governativi, in collaborazione con il personale sanitario locale. Con i fondi disponibili, CIPAD ha provveduto all’acquisto di farmaci destinati al trattamento di: Diabete Ipertensione Epilessia. I farmaci sono stati distribuiti direttamente ai pazienti per una copertura media di uno o due mesi di terapia.
- L’intervento ha rappresentato un sollievo immediato. La comunità e il personale sanitario locale hanno accolto positivamente l’iniziativa, evidenziandone l’utilità in una fase di forte vulnerabilità sanitaria. La continuità del supporto rimane un elemento critico, almeno per la durata della situazione di siccità e delle sue conseguenze economiche.
“A Sololo non aiutiamo numeri. Aiutiamo persone.
Se decidi di aiutarci, grazie.
Se prima vuoi capire meglio chi siamo, va bene lo stesso. Anzi meglio…”


